Gironi Divini: l’inferno è altrove

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Gironi Divini: l’inferno è altrove

Gli appunti di Pino Perrone

Non avevo mai partecipato a una giuria sul vino. Né tanto meno avevo scritto su di esso. Viceversa, sui distillati, eccome. Per questa nuova esperienza debbo ringraziare Franco Santini, promotore e organizzatore dell’evento GIRONI DIVINI.

Il nome ha a che fare con il sommo Alighieri e la sua certificata frequentazione di Tagliacozzo, paese amato anche da Franco. Se non fossi stato più che certo della veracità abruzzese di Franco, il quale non perde occasione per rivendicarla con orgoglio, dato le premesse avrei pensato trattarsi di una manifestazione riguardante i vini della mia amata Valtellina, per via del suo Inferno.

Invece tutto durante la manifestazione ha parlato la lingua abruzzese, senza deroga alcuna, anche quando erano semplici ingredienti di un piatto. E così, a titolo di puro esempio, la pasta utilizzata dall’osteria La Parigina di Tagliacozzo è stata La Rustichella d’Abruzzo (quanti ricordi: l’ho venduta per anni nel mio negozio, e quante varietà aveva in proposta!); la birra, a cui è stata abbinata la cena era di un produttore locale chiamato Fermento Marso, con un giovane birraio di nome Stefano Venturini che ha le idee chiare e farà certamente strada; la liquirizia abruzzese anch’essa, dolce e aromatica, adoperata nel dessert del ristorante Antico Borgo di Albe situato nell’area archeologica di Alba Fucens, in un posto con panorama decisamente suggestivo; la creazione artistica di un plateau di formaggi e salumi proposto da Carlo Donzelli di Le Direzioni del Gusto

Mi ha fatto piacere osservare che in un pianeta fin troppo globalizzato, esistano tenaci identità regionali.

Dicevo che per me è stata una novità partecipare a un consesso di tale portata. Eppure, il vino, lo conosco piuttosto bene, ho assistito ai suoi cambiamenti nel corso degli anni, e inerte anche ai miei.

Sono un suo fruitore da quando avevo vent’anni, vale a dire dal 1984. Nel 1991 ho cominciato a fare sul serio (se così si può dire, poiché se dovessi scegliere una qualità sarebbe quella di non prendermi sul serio), assaggiando tutto ciò che mi capitava a tiro, privilegiando la qualità nei limiti delle possibilità economiche, mai divenute auliche. Nel 1998 ho frequentato il corso all’A.I.S. diplomandomi. Ho poi aperto nel 2001 una enogastronomia, cibo e vino per aspiranti gourmet, che a partire dal 2005 ha cominciato a proporre i vini cosiddetti “naturali” in tempi ancora non adeguati. Un problema di anacronismo che mi accompagna da sempre. Gli ultimi quattro anni di vita del negozio hanno visto questa conduzione del vino il protagonista indiscusso.

In questi tre decenni ho diffuso l’interesse verso il vino, contaminando diverse persone, l’ho fatto con vivo piacere. Da curiosi consumatori alcuni amici e clienti sono diventati lavoratori del settore e, in qualche occasione, enotecari.

Invece, la necessità dell’uomo di etichettare tutto con un genere ha fatto sì che sia noto per altro. Pur avendo continuato a partecipare con costanza a degustazioni e kermesse al vino dedicate, e soprattutto senza mai smettere di esserne un consumatore integerrimo, la svolta verso il whisky avvenuta a metà anni ’90 mi ha fagocitato. Al punto di sentirmi molto spesso dire, partecipando a degustazioni sul vino, che ci fai qui. Ma mantenere l’unica bigamia che mi è consentita, perché di amori si tratta e non di passioni che spesso hanno pessimi risvolti, ha avuto un effetto positivo. Un arricchimento che alla fine credo, perlomeno è la mia impressione, mi ha aiutato a sviluppare una visione ampia e non dedicata.

Essere giurato a Gironi Divini, questa importante rassegna riguardante il vino abruzzese, assieme a persone più talentuose nel settore enoico del sottoscritto, è stato un viaggio verso i miei esordi. Mi sono identificato con chi ritorna al paese natale dopo aver vissuto per decenni in un altro continente e averne appreso la lingua. E come spesso accade, questo viaggio virtuale me ne ha ricordato un’altro fatto sul serio.

Qualche anno fa ho accompagnato mio padre nella sua regione d’origine dove io mancavo da trent’anni. Sinceramente ero lì controvoglia, certamente per un dovere filiale. È stato scioccante, tutto avrei pensato tranne di ritrovare i luoghi (e le persone, sigh) esattamente come l’avevo lasciati. Ovviamente chi ci vive non se ne rende conto, abituato a farlo nel quotidiano. Ma chi ama come me le novità, i percorsi deviati, il cambiamento, assistere all’immobilità è stato avvilente.

Un pensiero analogo mi è sorto in Abruzzo, non riguardo alla magnifica regione, accogliente e generosa come i suoi abitanti, né pensando al suo vino, variegato e seducente in tante occasioni, ma a proposito dei momenti di confronto, quando si è discusso del succo d’uva fermentato fra noi cosiddetti opinionisti esperti, e i produttori. Per uniformarmi, a distanza di anni ho rispolverato le terminologie appropriate (nel mondo dei distillati è tutto più semplice, ma al contempo più complicato) e improvvisamente le ho trovate datate, pompose, inutili, autoreferenziali.

Complessivamente sono state giornate piacevoli e interessanti, impostate sull’utile confronto (l’ho sentito più di una volta affermare dai rappresentanti delle aziende) fra chi il vino lo produce e chi ne parla e lo giudica, quindi con un linguaggio comune e intelligibile. Tuttavia, mi auguro che usciti dal contesto se ne adoperi un’altro più semplice e vicino a chi il vino lo consuma, senza scendere verso il banale e preservando l’eleganza.

Alla mia età ho imparato che non c’è bisogno di complicare una cosa se c’è una maniera per renderla semplice.

Fabio Bassan, un amico ristoratore purtroppo andato, era solito citare una frase dell’artista Folon: la semplicità è un punto di arrivo. Principio sul quale concordo da tempo.

Ho cercato comunque di assolvere al compito pur con qualche difficoltà, tenendo ben presente che essere autorizzato a formulare un giudizio, il quale bene o male comporta delle conseguenze, è una libertà concessa, e la libertà e una forma di disciplina.

Inoltre, ho insormontabili difficoltà ad accettare l’obiettività nell’essere umano. Per quanto ci sforziamo, siamo costantemente influenzati da fattori esterni. Inutile elencare quali siano, sono veramente tanti e un degustatore serio li conosce nell’intimo.

E c’è dell’altro. Sono stato imprenditore nel vino e nei distillati, e al contempo consumatore di entrambi (e lo sono ancora). L’aver vissuto su entrambe le sponde ha sviluppato un profondo rispetto su chi gestisce un’attività, dove ha impiegato il proprio denaro e persevera malgrado le difficoltà, e offre lavoro al prossimo. Pertanto, cerco di stare molto attento nell’adoperare le parole, e non arrivare mai a insultare chi produca, anche quando si è molto distanti dal mio ideale (purché non inganni o avveleni il cliente). Ciò non impedisce una libera espressione del pensiero, ma la franchezza, sempre dovuta in ogni occasione, non deve mai trascendere in offesa. Lo scrivo perché qualche volta mi è capitato di assistere a confronti fin troppo accesi e irrispettosi.

Infine, dal punto di vista comportamentale del giudizio, debbo fare un’ulteriore premessa. Esistono delle regole alle quali bisogna attenersi su cosa sia un pregio o un difetto in un vino. Pur non rinnegandole ritengo sia possibile che un difetto riscontrato, laddove non sia troppo evidente, possa ritenersi tollerabile e accettabile, e per questa ragione anche ammettere sia voluto e cercato dal produttore, e apprezzato dal consumatore. Mi riferisco espressamente ai sentori associabili alla supposta produzione naturale di un vino, senza tuttavia sposare una concezione ideologica (per farla breve, il concetto di poiché ci stanno me li faccio piacere), ma semplicemente perché suscitano in me come in altre persone gradevolezza.

Ne ho tenuto conto nella quattro giorni abruzzese, facendo mia una frase contenuta nel film Blade Runner (nel romanzo non ve n’è traccia) a proposito dell’esame ottico Voight-Kampff per individuare chi è un replicante: non pregiudica il test.

Ma veniamo finalmente a Gironi Divini 2022.

L’Abruzzo è una terra completa da ogni punto di vista. Non le manca proprio nulla. Sul piano paesaggistico trovi montagne degne di questo nome, che si dissolvono in colline, e infine c’è il mare.

Vien da sé che la cucina sia estremamente variegata.

Obbligatoriamente l’espressione della viticoltura non lo è da meno.

Straordinaria poi è la cromaticità che nel bicchiere questi vini sviluppano.

Come in poche altre regioni, l’Abruzzo può dire la sua a gran voce su tutte le declinazioni del vino: i bianchi, dai sentori fruttati e di facile beva, fino a quelli più complessi e austeri; i rosati, o cerasuoli come qui sono denominati; i rossi da tutto pasto o più strutturati, speziati, decisi e masticabili; perfino con i vini da dessert, non stucchevoli.

Non mancano le bollicine, prodotte con metodo charmat e classico, che hanno iniziato ad arricchire la proposta della regione. Circa questi, in franchezza, ritengo ci sia ancora tanto da fare, e la necessità di comprendere, in alcuni casi, se sia doveroso insistere.

Il consorzio delle Colline Teramane Docg e l’associazione Terre di Casauria sono stati partner importanti. La seconda, Terre di Casauria, è anch’essa in cerca e in attesa di una docg. Glielo auguro di cuore, perché ho trovato i loro vini generalmente con una espressione più minerale, un lato che nel vino apprezzo tantissimo e certamente legato a un territorio di origine differente. Inoltre, i produttori, perlomeno quelli che ho avuto modo di conoscere, si sono dimostrati molto disponibili al confronto e desiderosi di conoscere le nostre opinioni. Mi è sembrato avessero una grande umiltà di fondo e al contempo un forte desiderio di trovare uno spirito identitario. Ben sanno però che la conquista di una docg, sebbene regalerà prestigio e una visibilità maggiore, non è indice di una garanzia qualitativa, come tristemente è riscontrabile (e proprio in Abruzzo) in alcune ignobili etichette imparentate più con l’alchimia che con l’enologia.

In quattro giorni ho avuto il piacere di degustare oltre 220 vini provenienti da ben 50 aziende, e la prima considerazione che mi sento di fare è che in Abruzzo non si scherza: la qualità è alta. Probabilmente gli abruzzesi sono già consapevoli del loro potenziale enoico, resta da convincere gran parte della nostra Nazione. I vini testati erano corretti e ben fatti, godibili, molti di questi con gran spessore, e nella maggioranza dei casi rispettosi del territorio.

Circa i vitigni a bacca bianca, le poche espressioni di Passerina assaggiate facevano il loro, con un vino giovialmente fruttato e dotato di una discreta acidità. Non impazzisco per la tipologia ma ha un suo pubblico che l’apprezza e certamente i prodotti testati rientrano nei loro gusti.

Abbiamo assaggiato anche poche espressioni di Cococciola in purezza con margine di crescita grazie alla trama aromatica, l’acidità e la freschezza.

Discorso a parte necessita per il Trebbiano e il Pecorino.

A una domanda piuttosto diretta rivolta da non ricordo quale “giudice” a un enologo, se poteva affermarsi, a proposito dei bianchi, che i produttori abruzzesi avessero puntato principalmente sul Pecorino, la risposta è arrivata senza esitazione, netta e decisa: NO.

Tuttavia, la replica mi ha convinto solo in parte. I campioni di Pecorino inviati dalle aziende erano numericamente superiori a quelli di Trebbiano, e a mio modo di vedere questo è un segnale. Al di là poi del successo di cui vive al momento il Pecorino, sopratutto fra le nuove leve di degustatori, una cosa è certa: questo vino in Abruzzo è capace di esprimere versioni incredibilmente interessanti, non necessariamente legate al possibile aspetto aromatico pirazinico dell’uva che rende il prodotto più consono e vicino a un pubblico vasto e internazionale. Quelli assaggiati erano veramente buoni, tant’è che, e questo è il punto che mi sta a cuore, rivedendo il carnet con i punteggi assegnati, sono rimasto sorpreso d’avergli dato un valore mediamente superiore rispetto ai Trebbiano. Mi auguro che il lavoro degno di nota finora svolto sul Pecorino non si traduca con un calo d’attenzione su quello del Trebbiano. Spero sia una mia impressione, ma è necessario tenere alto l’interesse anche su questo vitigno che rappresenta l’identità dell’Abruzzo bianchista. Con questo vitigno, specialmente in questa regione, si ottengono dei vini di una potenzialità incredibile e ancora poco nota d’invecchiamento. Nelle sue migliori realizzazioni, aventi una eleganza e trama che non possono lasciare indifferenti. Se si puntasse su questo aspetto, potremmo avere delle espressioni in grado di competere a livello globale.

Orgoglio abruzzese, il Cerasuolo non ha affatto deluso. L’unico appunto che mi sento di fare, legata a una impressione avuta (non riguarda la tonalità del colore, argomento primario per alcuni) è l’aver notato in parte un’assenza di visione comune fra i produttori. La concezione che si ha di questo vino mi sembra spazi un po’ troppo da uno con facile beva a quello di un rosso mancato.

Grande protagonista è stato ovviamente il Montepulciano che è salito in cattedra. Non sono pervenute espressioni che deludessero completamente le aspettative. Quando è ben fatto è un vino di grande struttura e suadenza. Difficile non innamorarsi dei suoi sentori di piccola bacca rossa e scura, della viola, delle spezie in quelli invecchiati e dei tannini equilibrati. Ho apprezzato maggiormente chi ha lavorato in sottrazione, coloro che non hanno cercato un vino di opulenza (i wrestler come chiamo io queste versioni, sport che guarda caso è apprezzato, come questi vini, dai nordamericani) ma una sottile trama di eleganza.

Edificante è stata l’idea di Franco Santini, di concludere una degustazione avvenuta nella tenuta di Pasetti Testarossa, i cui proprietari sono stati di straordinaria accoglienza e gentilezza oltre che produttori di ottimi vini, proponendoci ben sei verticali di due vini Montepulciano della medesima azienda, uno di un millesimo recente e l’altro molto più datato. Il confronto è stato altamente didattico, redimente per chi nutrisse qualche dubbio della potenzialità d’invecchiamento che ha questo vitigno quando è coltivato in questa terra.

Insomma, se proprio Dante bisogna scomodare per parlare d’Abruzzo, lasciatemi dire che l’inferno è altrove.

Autore:

Pino Perrone